Maggio 6th, 2012

Viva viva il regionale

I matti in treno se non ci fossero bisognerebbe inventarli, comunque.

Stamattina tornavo in regionale da una serata fuordicasa con dei miei amici e ne ho beccato uno fenomenale. Tutto comincia con l’arrivo del controllore: l’amico che sta rientrando a Genova con me non riesce a trovare il biglietto, il controllore prosegue dicendo che passerà dopo, l’amico fruga&cerca ma il biglietto è perduto. Al che si incammina verso la prima carrozza per andare a rifarlo, e mi lascia nello scompartimento semivuoto, in compagnia d’un distinto signore in completo beige. Il signore attacca bottone, inizialmente in modo gentile e socialmente appropriato, commentando “eh succede, anche a me è capitato di perdere il biglietto, specialmente se era uno di quelli dell’automatica, che li stampa piccoli, è piuttosto comune…”. Rispondo educatamente: “eh sì, capita, speriamo che glielo faccia rifare e bon…”.

E poi. E poi non so bene che succede ma la cosa degenera. Il signore inizia prima a lamentarsi delle automatiche, poi dei rivestimenti dei sedili dei treni, poi dei prezzi dei biglietti, poi dell’amministrazione comunale, poi di quella regionale, poi del governo, poi dellinterosistemacazzo. Mi diventa subito evidente che non è in bollissima. Annuisco sorridendo partecipe, inizialmente cercando di mantenere un contatto visivo per educazione. Nel frattempo il mio amico mi scrive per chiedermi se il controllore è ripassato, perché lo sta aspettando nella prima carrozza.
 

È passato ora, sta venendo. Torna presto però. Ti prego. Un matto m’importuna.

 

L’amico torna, si risiede accanto a me. Si trova al centro esatto della traiettoria del fiume di parole, tra me e il matto. Si rende conto che se resta in quel punto verrà coinvolto. Mi rivolge un sorriso sadico, poi dice con gran bon ton: “mi siedo qui davanti così potete parlare tranquillamente…”, e cambia posto portandosi sul sedile di fronte. Cerco di lanciargli uno sguardo disperato.

 

Ti è piaciuto che mi sono spostato per lasciarvi parlare?

 

Stronzoooooo! Parlare, poi… personalmente non ho ancora detto una parola.


Il matto prosegue. Siamo passati al topic: suicidi degli imprenditori.

 

Com’è iniziata la vostra amicizia?

 

Mi ha detto che anche lui aveva perso un biglietto, una volta, e poi non so come sia avvenuto tutto ciò.


Dai suicididegliimprenditori si torna di nuovo al disumanogoverno. L’amico rincara la dose:

 

Così impari ad essere sempre disponibile e gentile con tutti :)


Dal disumanogoverno si torna ai trasporti.

 

Aiutami.

 

Non ci penso neanche, appena ho alzato un secondo gli occhi ha iniziato a parlare con me!!


Dai trasporti a qualcosaltro. Non so se rendo l’idea. Questo ha continuato a parlare in tutto per una mezz’ora abbondante. Senza mai una pausa. Respirando attraverso i pori della pelle, credo. Con me sempre più sconfitta, sempre meno annuente, sempre meno intenzionata a mantenere l’educato contatto visivo, e tormentata dal conflitto interiore gentilezza VS disperazione.

 

Parla con me, intervieni, ti prego fai qualcosa.

 

Certo che sei maleducata a stare con la faccia sul telefono mentre qualcuno ti parla!!


Ho creato un diversivo cominciando a picchiare simpaticamente il mio amico e a interpellarlo sulle bellezze del paesaggio, scattando contestualmente foto dal finestrino. Al che il signore ha smesso. Così. Di punto in bianco. Come aveva cominciato. Non ci potevo credere. La fortuna a volte bisogna costruirsela.


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Aprile 24th, 2012
Non sono i soliti due piccioni che spiccioneggiano. In parte anche sì, ma uno dei due, la femmina, ha quella solita malattia tipo lebbra che hanno a volte i piccioni: una delle due zampe è consumata quasi del tutto. Immagino che non sia un comportamento abituale tra i piccioni ma questi due sono proprio una coppia: lui la pulisce tra le piume, le sta accanto, la bacia e va in giro a cercare briciole per poi passarle in bocca a lei. Se non l’avessi visto coi miei occhi non vi scriverei una cagata del genere, andiamo.
Li osservo affascinata per un po’.

Al tavolo accanto al mio una comitiva di studenti delle superiori parla dei risultati del Genoa e del prossimo compito in classe. All’improvviso il piccione maschio si avvicina alle gambe di una delle ragazze a cercare da mangiare e lei lo allontana con un calcio, commentando: “minchia, mi fanno davvero schifo, se potessi li brucerei tutti col lanciafiamme”.

Curioso. Stavo pensando la stessa cosa.
Ma non dei piccioni.

Non sono i soliti due piccioni che spiccioneggiano. In parte anche sì, ma uno dei due, la femmina, ha quella solita malattia tipo lebbra che hanno a volte i piccioni: una delle due zampe è consumata quasi del tutto. Immagino che non sia un comportamento abituale tra i piccioni ma questi due sono proprio una coppia: lui la pulisce tra le piume, le sta accanto, la bacia e va in giro a cercare briciole per poi passarle in bocca a lei. Se non l’avessi visto coi miei occhi non vi scriverei una cagata del genere, andiamo.
Li osservo affascinata per un po’.

Al tavolo accanto al mio una comitiva di studenti delle superiori parla dei risultati del Genoa e del prossimo compito in classe. All’improvviso il piccione maschio si avvicina alle gambe di una delle ragazze a cercare da mangiare e lei lo allontana con un calcio, commentando: “minchia, mi fanno davvero schifo, se potessi li brucerei tutti col lanciafiamme”.

Curioso. Stavo pensando la stessa cosa.
Ma non dei piccioni.

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Marzo 30th, 2012

Un team-corto fatto con le amiche, a distanza di centinaia di chilometri, con chiari intenti autosputtananti. Vi voglio bene.
PS: Ah, oggi mi sono laureata. 

Marzo 27th, 2012

Aprile dovrà ben venire

Vabbeh io non sono un’esperta di processi cognitivi ma penso che sia normale: se una cosa l’hai sentita, ripetuta, letta ecc. centinaia di volte da bambino, non c’è da chiamare un medico se ogni tanto da adulto la tua testa la ripropone a sproposito. Per esempio: sono andata in overdose da “Brisby e il segreto di Nimh”, da piccola, e ancora adesso la frase “sul lato sicuro della roccia!” la ripeto a caso. Attraverso la strada e appena il mio piede tocca il bordo del marciapiede, come un disco rotto, mi sento in testa “sul lato sicuro della roccia!”.

 

Oppure, boh, quando accendo un navigatore satellitare mi sembra strano che una voce roboante non dica “Segui i Palmipedoni!”. E ogni volta che per caso sento parlare di Watt, o potenze delle automobili, o lampade alogene Doc mi urla in testa “1,21 gigowatt? 1,21 gigowatt?? Bontà divina!”.

 

Detto ciò, ci sono anche i refrain stagionali: ad esempio ogni volta che sta finendo marzo io mi dico “aprile dovrà ben venire”. Che è il verso di una poesia studiata a memoria alle medie per una recita sulla resistenza. Mi faceva piangere da pazzi. Non so se sia bella davvero o faccia schifo, la poesia, ma col fatto che mi faceva piangere da pazzi ha continuato a farmi piangere da pazzi per sempre. Così, puntualmente, ogni volta che marzo finisce io piango. Piangete un po’ anche voi, su.

 

Dicevi: - A primavera  

a primavera faremo un gran ballo  

sul prato di fianco alla chiesa,  

aprile dovrà ben venire -.  Aprile è venuto:  

trenta e più primavere passate,  

non ci fu poi quel ballo  

dei partigiani sul prato,  

tu non lo sai.  

Tu non sai tante cose  

da allora.  

Tu ed io seduti ancora  

sopra il muretto  

a picco  

sulla vallata,  

lo sten qui posato tra noi,  

tu dondolando impaziente  

le gambe nel vuoto  

battendo indietro i talloni  

contro il muretto,  

il sole rosso negli occhi  

addosso l’odore di neve  

i verdi anni che hai sempre.  

Ti guardo, caro, ti guardo.  

Tu non sai quante cose da allora,  

ed io non so dirti  

il mio cuore pesante  

il cuore  

che a poco a poco affonda  

come una pietra.  

Forse anche questo è tradire.  

Mi vergogno del cuore che ho adesso.  

Con occhi subito inquieti  

domandi che cosa.  

Io scuoto la testa: no, nulla,  

non è nulla, mio caro.  

Sì, a primavera quel ballo…

 

(Elena Bono)

Marzo 7th, 2012

Libri belli dimenticati e introvabili che la vostra affezionata ha riesumato dagli scaffali solo a beneficio di chi se li è tragicamente persi. Vogliate loro un po’ di bene anche voi. Io da bambina li ho divorati. In certi casi, anche letteralmente.
Vi mostro: 
La scarpa in fondo al prato, di Nico Orengo
Pierrot e i segreti della notte, di Michel Tournier
L’uccello di fuoco, AAVV

Febbraio 29th, 2012

Ve ne consiglio uno

Ho finito adesso adesso “Inchiostro antipatico” di Paolo Bianchi, e visto che qua sembra che sto tutto il giorno a cincischiare ma non parlo mai di libri vi attacco una pezza su questo, oh.

 

Il sottotitolo recita “manuale di dissuasione dalla scrittura creativa” (ed è abbastanza sincero). Ti racconta sinteticamente, dal punto di vista di uno che ‘ste cose le sa e preferiva non saperle grazie, quello che dovresti conoscere del mondo dell’editoria tu spincherlo vecchio o giovane che vuole pubblicare. E ti incoraggia a non farlo. Ma non sarcasticamente/provocatoriamente, eh. Ti incoraggia a non farlo SUL SERIO, cercando di farti riflettere su alcuni dati.

 

 

E’ un libro che parla di editoria a pagamento, narcisismo autoriale, ambizioni frustrate e casi umani del magico mondo della letteratura contemporanea. Lo fa in modo ironico e brillante ma riuscendo comunque, intenzionalmente, a deprimerti. Ve lo consiglio tanto tanto. Se l’intelligenza fosse di casa nelle scuole di scrittura creativa che non ho mai frequentato, questo libro lo adotterebbero come testo di studio, e sì che sarebbe una bella provocazione.

 

Io non ho proprio alcun diritto di deprimermi in realtà perché sono fortunata. Sono passati più di dieci anni da quando semino frattaglie di me in libreria, conosco le abiezioni di cui parla “Inchiostro antipatico” e ne ho vissuto solo una piccolissima parte. Mi è andata sempre liscia. Il pensiero di vivere di scrittura è una crassa risata ma ho quello che voglio, e grossi stronzi non ne ho mai incontrati, anzi, mi piacciono molto buona parte delle persone che ho conosciuto in questi dieci anni. Editor, bibliotecari, organizzatori di festival culturali, scrittori, librai, insegnanti, una sequela quasi ininterrotta di bei ricordi e pochi episodi grotteschi. Non riesco a spiegarmelo se non considerando che ho un gran culo.

 

Però un po’ “Inchiostro antipatico” mi tocca comunque: perché ti prende male pensare che tra poco ci saranno più scrittori che lettori. Perché non ci posso credere che nelle statistiche editoriali venga considerato “lettore forte” chi legge dieci libri l’anno (EH? Chi ne legge cento cos’è, Superman? Golden Member? Premio Autismo?). E perché so cosa vuol dire vedere un tuo libro sparire per fare posto sullo scaffale di una libreria a venti copie di un manuale di ricette. Posso portarle anch’io, delle testimonianze di frustrazione. Posso dirvi anch’io: fatevi un favore, non provateci.

 

Posso anche dirvi che però non c’è solo questo. Che ci sono persone che leggono, persone che amano i libri, persone che ne scrivono e pure bene ma che restano umili e non si considerano dei cazzo di geni incompresi se il loro Capolavoro non viene pubblicato. Ne scrivono un altro e via. Vi racconto un mio ricordo di un tot di anni fa, una quindicina credo. Spero che sia esatto, a me era rimasto impresso come lo dico a voi. Lele Luzzati, il grande scenografo e disegnatore genovese, aveva preparato per Natale un presepe (mi pare di cartapesta) da esporre in qualche spazio del Comune. Bene, una notte dei ladri degni di una commedia becera italiana hanno rubato Gesùbambino. Gli hanno fatto una foto con il Secolo decimonono il giorno successivo chiedendo un riscatto (che delizioso provincialismo, il dettaglio della testata locale). L’opinione pubblica genovese s’è scandalizzata e stizzita, pareri diversi su che fare per recuperare l’Opera del Maestro ecc. Qualcuno ha ben pensato di chiedere a lui, l’Artista, di commentare la notizia. Luzzati ha risposto, serafico, angelico: “che problema c’è, ne faccio un altro”. E’ esattamente questo il punto per me. Che si parli di libri o di gesùbambinidicartapesta. Non so se ho reso l’idea.

 

In conclusione, per favore, smentiamo almeno un po’ “Inchiostro simpatico”: amici aspiranti scrittori, posate un secondo la penna e andatevelo a comprare per leggerlo. Un libro in meno scritto, un libro in più letto. Vittoria. 

Febbraio 22nd, 2012

Spolverando D-duepunti

E’ incredibile la quantità di pezzi di scritti/lettere/racconti/confessioni/resti umani che è possibile rinvenire sul mio disco fisso. Ogni tanto il mio PC mi scrive sul salvaschermo “Sara, sento una fitta al braccio sinistro” e allora cerco di fare un po’ di pulizia, e finisco invece per rileggere le mie belle cosine antiche ridendo di me con un atteggiamento che non saprei se definire narcisistico, autoreferenziale o sputtanante-a-posteriori. Questa cosa qui di seguito è del 2007. Era smarrito in una cartella in cui probabilmente non mi avventuro da tre anni. E mi ha fatto autotenerezza.

N.d.A. metto tre asterischi al posto dei nomi per discrezione, comune senso del pudore e buongusto, non perché uscissi tipo con Giorgio Mastrota e mi vergogni a dirlo.

 



Eccomi qui, una domenica mattina qualsiasi, rinchiusa al caldo del mio neonato dubbio esistenzialista.

È tutta colpa di un ragazzo con cui esco da un po’ che si chiama ***. Vedi, lui è convinto che io sia la sua amica immaginaria. Il fatto è che io non sono del tutto convinta del contrario, o almeno, non c’è molto che uno possa fare per provare di esistere, no?

Se io fossi un’amica immaginaria si spiegherebbero un sacco di cose. Prendi la roba che scrivo: PERCHÉ parla sempre di gente che non esiste bla bla bla e che è il frutto dell’immaginazione di qualcun altro? Certo che se è vero che in effetti non esisto, *** è un cazzo di genio, è metaletterario tutto questo: una scrittrice inesistente che racconta situazioni che hanno per protagonisti personaggi inesistenti eccetera eccetera. 

Senza contare che, in caso *** avesse mai delle aspirazioni messianiche, l’avermi inventata ne realizza un po’. Pace se non riesce a moltiplicare l’acqua in vino: almeno UNA donna l’ha creata lui. Giusto?

Ecco, la prossima volta che lo vedo gli devo fare un paio di domande allora, sai, le domande che si vorrebbero fare in tono polemico al Creatore dopo la nostra dipartita. Quelle domande che prepararsi è un rischio perché non è affatto garantito che poi il Creatore non ci faccia il simpatico scherzo goliardico di non esistere. Anzi, no, ancora meglio. Esiste. Tu arrivi su con le tue domandine pronte. Vedi soltanto un telefono, appoggiato a un capitello greco su una nuvoletta. Alzi il ricevitore e chiami: “Dio!” e l’inconfondibile voce di Dio ti risponde: “Questa è la segreteria telefonica di Dio. In questo momento non posso rispondervi perché non esisto. Lasciare un messaggio dopo il segnale acustico”. Dopodiché scoppia a ridere da solo per la battuta fantastica, pensa tra Sé e Sé che questa gliela deve proprio raccontare ad Allah, e che Ok, lui non sarà L’UNICO Dio ma è senz’altro quello con più senso dell’umorismo. E ovviamente dopo la risata buontempona non c’è nessun segnale acustico. Vieni mandato per direttissima all’inferno o in paradiso e cari saluti al nostro Dio con tanto humor inglese ma senza sportello dei reclami.

Ecco, mi va un po’ meglio se mi ha creata ***, davvero. Bisogna proprio che quando lo vedo gli faccia due domande.

In realtà non è il primo a chiedermi se esisto, è già successo che ragazzi o amici mi facessero questa domanda ma suonava più come un complimento, no? Magari ascolti tre ore al telefono una tua amica che ti chiede consigli su una situazione di cui non te ne può importare una pezza bagnata e quella ti dice: “Sei un angelo, grazie, ma esisti?”. Sì, esisto, sono talmente concreta in questo momento che mi sono cresciute due cosine che in prima battuta mia madre non mi aveva fatto, ti sono stata a sentire solo perché ti voglio bene mica perché sono buona: se tu fossi un’altra persona ti avrei spedita a Fanculo seguendo il sentiero dorato e più mi ripeti che sono Buona, più mi sento non capita.

Follow the yellow-brick road.

Ecco, con *** non è così: lui se lo pone SERIAMENTE il problema della mia esistenza, e la cosa strana è che, ripeto, sta facendo venire dei dubbi anche a me.

Meno male che ho te con cui sfogarmi, Max.

Questo è un mondo di pazzi.

 

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Febbraio 6th, 2012

Il Mattino esiste

Oggi mi è successa una cosa straordinaria: ero sveglia al mattino. Visto che non mi capita mai non è un mattino qualsiasi, è il Mattino In Cui Ero Sveglia, e vale la pena di raccontarlo. È incredibile la quantità di cose che uno può fare al mattino, non lo diresti mai.

Mi sveglio alle 8: un evento eccezionale, ma devo andare a risolvere una questione di crediti universitari altrimentinonmilaureo. Mi scrive un amico su facebook per un’idea di cui nullapossoanticipare, ma l’argomento è “aspiranti scrittori”. Gli spiego che li odio tutti, già. Forse alle otto di mattina sono un po’ precipitosa nei miei giudizi ma resta il fatto che gli aspiranti scrittori si dividono in due categorie: quelli bravissimi e quelli patetici. Quelli patetici sono patetici. Quelli bravissimi sono da parte mia potenziale oggetto di invidia, e quindi alla larga, comunque. Eh sì, invidiare il talento altrui è una brutta bestia. Che poi, non mi capita con tutti gli scrittori ovviamente. Ad esempio: Lansdale lo adoro e basta, nonostante sia irraggiungibile. Neil Gaiman invece lo invidio. La sua bravura ha qualcosa di insopportabile. È una bravura sfacciata e arrogante. Mi piace, mi piace un sacco, ma non ci posso fare nulla se mi prudono le mani quando leggo certi paragrafi suoi. È quella speciale razza di talento che ti fa pensare “stronzo fortunato, facile fare lo scrittore, con un potenziale del genere”.

Ovviamente si tratta di un discorso molto immaturo e puerile. Ma oh.

Al termine della conversazione con il mio amico esco davvero di casa. Inutile che vi ripeta anch’io quanto ostile e polare sia il mondo là fuori in questi giorni. Siete tutti lì a postare la foto della fontana di De Ferrari ghiacciata, e io alla faccia vostra vi carico su quella della vasca dei pesci rossi del bar dietro casa mia ghiacciata. Con tanto di pesci rossi vivi che nuotano sotto al lastrone. Yay!

Equipaggiamento del ragionier Fantozzi: anfibio impermeabile taroccato, classe 1999, con tracce di Uniposca fucsia retaggio della quarta ginnasio; pigiama invernale completo rimboccato dentro ai calzini; pantaloni di velluto marrone classe 2001 e golf verde bottiglia sdrucito dei cinesi in poliestere a occultare il pigiama; maximaglia acrilico H&M blu a nascondere come meglio si può tutto quello che c’è sotto; animale morto sul giaccotto (scamosciato fuori, pelliccetto dentro, ereditato quando avevo otto anni e sfoderato solo al grande gelo e perché non mi piace indossare animali morti, seppur morti da un sacco, e perché ha un taglio decisamente troppo vintage per gli anni ’70, senonché non siamo negli anni ’70); guantisciarpaberretto. Mi sono pesata per curiosità prima di uscire di casa:50 chilogrammitotali. Contando che io, me, in mutande, ne peso 43, la tara è considerevole. Pressione sociale unanime da amici e parenti: “e se proprio oggi incontri l’uomo della tua vita?” – da chiedersi con sorriso beffardo. Beh, se propriooggi incontro l’uomo della mia vita, vuol dire che non era destino, gente, che vi devo dire. Oppure lo riconosco dal fatto che indossa un colbacco con paraorecchie, va a sapere.

Ben, vado e faccio quello che devo fare per recuperare i miei crediti smarriti (che fa molto “mi sono messa a suonare la fisarmonica in via Balbi con lo zingaro coi baffi”, lo so). Poi, sempre per quella faccenda dell’altrimentinonmilaureo, vado alla biblioteca universitaria a cercare un libro per la tesi. Scopro che l’accesso alla biblioteca, quello normale con lo scalone, è cintato, interdetto, impraticabile per un oscuro motivo invisibile che non riesco a capire. Con un crescente senso di disagio, trovata un’entrata alternativa, apprendo che il testo da me cercato è disponibile al prestito solo in lingua francese, mais oui, je suis Catherine Deneuve, lo prendo lo stesso e mi attendono ore liete a ingoiare erre mosce. L’addetto ai prestiti della biblioteca universitaria, che è tipo la persona più seria, affidabile e imperscrutabile che io abbia mai incontrato, mi fa notare che forse esiste una Copia In Italiano al dipartimento di storia dell’arte. Non ho il coraggio di dirgli che ci ho già guardato, che lì “Sociologia  del cinema” di Sorlin non esiste, e che la sua imperscrutabile affidabilità è stata solo la mia seconda scelta. Annuisco sfoderando un sorriso grato e smagliante che nemmeno Marilyn strafatta per non dargli un dispiacere.

Torno verso casa e per non farmi mancare proprio nulla faccio una codella in posta (non l’ufficio postale dove vado di solito ma il secondo più vicino: l’ingresso alle poste centrali è cintato, interdetto, impraticabile per un oscuro motivo invisibile che non riesco a capire: deja-vu?). Aiuto una mamma musulmana a scarrozzare la carrozzina del pupo su e giù per le scale del sottopassaggio, fulminando con lo sguardo qualsiasi uomo giovane e prestante incrociato lungo il tragitto. Nein. Zero. Cari ragazzi incontrati questa mattina, siete delle mezze pippe inutili senza un briciolo di cavalleria: e, a sentire amicieparenti, meno male. Che se beccavo l’uomo della mia vita proprio oggi erano guai.

Gennaio 28th, 2012

Metaforicamente parlando

È un fatto ormai scientificamente accertato che non vi sia alcun equilibrio nella dotazione personale di capacità astrattive del genere umano. Il mondo si divide in parti uguali tra coloro che se dici anche solo un abusatissimo “fa così freddo che ci sono i pinguini!” si guardano intorno curiosamente chiedendo “dove?” e coloro che interpretano la frase “vado a bermi un bicchiere d’acqua” come “sento la grave mancanza di qualcosa e per spegnere questo incendio di dolore che provo dentro annego il mio dispiacere in un sorso di vita”.

Pare, e dico pare, che appartengano più spesso alla prima categoria gli esponenti del genere maschile, mentre che la seconda sia appannaggio di quello femminile. Io su questo non posso dare conferme o smentite perché, come tutti quelli che mi conoscono sanno, ho un handicap sociale gravissimo (mi riferisco ovviamente al non capire i reali pensieri degli altri). Passo per una persona sensibilissima e affettuosissima perché quando ho l’impressione anche vaga che qualcuno sia giù mi precipito a raccoglierlo tra le mie forti braccia e a indagare sul suo stato d’animo. Questo non perché io abbia un magico radar empatico. Anzi, tutto il contrario. Faccio come i sordi, che non sentono una battuta e ridono più forte degli altri per non essere costretti a farsela ripetere. Agisco di conseguenza a sospetti per dissimulare una totale mancanza di certezze. E non lo faccio perché sono distratta o non mi interesso o non osservo, so che è una cosa difficile da capire. Lo Stato dovrebbe passarmi un cane per ciechi emotivi.

Tornando al topic, la questione metafore mi è venuta in mente un paio di giorni fa, nel corso di una serata alcolica milanese, quando una mia amica mi ha fatto fare fragorose risate iniziando a “tradurmi simultaneamente”, se capite cosa intendo. Gli esempi sono irripetibili, ma poniamo io facevo una considerazione e lei la ripeteva modificandola in ciò che realmente-intendevo-dire. Era divertente perché ci acchiappava.

L’empasse di questo stato di cose, cioè, della presenza di personalità letterali e di personalità metaforiche, è che ogni frase può assumere almeno due significati (spesso di segno opposto). Se poi aggiungiamo la possibilità di usare il sarcasmo, concesso a ciascuno di noi in misura diversa, si delinea un quadro di incomunicabilità tra gli esseri umani a dir poco drammatico. Io accuso parecchio questa ambiguità, sia in entrata che in uscita. Cioè, è matematico che se dico una cosa seriamente il mio interlocutore penserà che è un’iperbole o che sto scherzando, mentre se faccio una battuta o uso una metafora prenderà le mie parole come oro colato. Come spesso capita che io fraintenda quello che mi viene detto.

Non è che questo mi succeda con tutti ovviamente, ci sono un sacco di persone con cui non succede. E le conosco da anni e anni e anni. Il che mi porta a pensare che posso smettere di sentirmi a disagio solo in compagnia di gente che mi conosce meglio del suo comodino e che io conosco meglio della di loro mamma. Visto che si tratta di un insieme piuttosto ristretto, credo che la strada migliore per relazionarmi con tutti gli altri sia mettere in atto dei piccoli esperimenti sociologici, del tipo passare una settimana parlando solo per metafore, una solo per battute, una dicendo la verità nuda e cruda, invece del solito minestrone.

Settimana delle iperboli (puntualmente fraintese come verità):

- Sara usciamo stasera?

- Sì, dai, sono due mesi che non esco!

- Due mesi? Che è successo? Hai avuto problemi di salute?

Settimana delle battute (puntualmente fraintese come metafore):

- Sara usciamo stasera?

- Mi accompagni a ballare la salsa?

- Cosa intendi dire…?

Settimana delle verità (puntualmente fraintese come sarcasmo):

- Sara usciamo stasera?

- Solo se non pretendi che io sia divertente.

- AHAH!

Gennaio 18th, 2012

Scrittura creativa: corsi o noncorsi?

Radio19, News Jockey mattina, puntata del 18 gennaio 2012.
Condotto da Marina Minetti, intervengono le scrittrici Emilia Marasco, Claudia Priano e Sara Boero (je-mois, che intervengo al minuto 2.40) sul tema dell’insegnamento della scrittura creativa. 
Per maggiori info sul laboratorio di scrittura creativa coordinato da Emilia Marasco e Claudia Priano:
http://genova.mentelocale.it/34995-officina-letteraria-il-laboratorio-di-scri…

Gennaio 11th, 2012

Ok, lo dico

Io vi devo fare una confessione spaventosa.

Allora, come è possibile che sappiate se seguite questo blog, lo scorso anno è uscito “La teoria del caos”, il mio primo romanzo per adulti. È una storia d’amore, va là. Tra una dottoressa e uno uomo schizofrenico. Ma in mezzo c’è un po’ di tutto, eccetera, non ve lo racconto che non sono capace. Non c’è niente di più ingrato che raccontare il proprio stesso libro.

Bene, appena è stato pubblicato mi sono arrivate recensioni, pareri di lettori, e tutte quelle cose che ti gratificano, imbarazzano, sorprendono, feriscono a morte, esaltano e via dicendo quando un intimo e delicato pezzettino di te è in vendita a una decina di euro su uno scaffale di ogni Feltrinelli.

Molti di questi lettori, recensori, amici, blogger, opinionisti, passanti, nonne, ex fidanzati che mi hanno detto la loro su “La teoria del caos” lo hanno paragonato al benpiùfamoso “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Io ho annuito impotente per mesi e mesi. La battuta che mi veniva rivolta, a seconda dei gusti e delle opinioni dell’interlocutore, di volta in volta poteva assomigliare alle seguenti:

- Che forte, qui e qui mi ha ricordato un po’ “La solitudine dei numeri primi”, sai?

Atteggiamento neutrale.

- E’ un omaggio alla “Solitudine dei numeri primi” questa parte?

Atteggiamento del collega.

- Beh, è come se il tuo libro fosse sul genere “La solitudine dei numeri primi” ma scritto bene e con personaggi fighi.

Atteggiamento entusiasta.

- No, non mi piace per niente, è la brutta copia carbone di “La solitudine dei numeri primi”.

Atteggiamento disfattista.

- Trovo vergognoso l’agganciarsi al filonechevadimoda di “La solitudine dei numeri primi”, non è per niente originale.

Atteggiamento editorialcomplottista.

La cosa triste è che se questa interazione avveniva dal vivo, dopo aver impotentemente annuito, rispondevo sempre allo stesso modo. Un timido, abbozzato, incerto, vergognoso: “… trovi? Che buffo, io lasolitudinedeinumeriprimi non l’ho mai letto né visto il film né so di cosa stai parlando…”.

Il che, la sessantesima volta che lo ripeti, fa un po’ ridere, perché alla fine volente o nolente finisci per apprendere la trama della solitudinedeinumeriprimi dai tuoi recensori senza averlo mai aperto. E ti viene la voglia malsana di metterti a contattare, uno per uno, tutti gli appartenenti sconosciuti alle categorie 4 e 5 delle opinioni di cui sopra per spiegare con tono tronfio e aggressivo che:

EHI AMICO IO QUEL LIBRO NON L’HO MAI LETTO, E IL MIO LIBRO L’HO SCRITTO QUANDO ANCORA QUELL’ALTRO NON ERA USCITO. Quante ne sai, eh?

Poi ti ricordi che hai più di 5 anni e lasci perdere.

Bene, tutto questo cappello introduttivo per arrivare al nocciolo del post: è un puro caso il fatto che io non abbia scopiazzato da “La solitudine dei numeri primi”. Cioè, quello che intendo dire è che gli scrittori scopiazzano. Sempre. Non fanno altro tutto il giorno. Rubano, prendono, rimaneggiano, e voilà. Non si inventa niente, si crea semplicemente un patchwork di quello che ci è rimasto sulla pelle. Ogni libro è un Frankenstein di tot altri libri, dalla notte dei tempi. E di tot esperienzedivita e di tot frasicheuntuoamicohadetto. È un po’ sfigato chi crede che gli scrittori abbiano tipo un uccellino ispiratore sulla spalla che detta loro cose fresche e nuove, e senza contaminazioni.

E adesso vi dico anche da dove ne è uscita la prima idea per “La teoria del caos”, per dimostrarvi in maniera pratica che uno scopiazzo esiste sempre e che nel mio caso, disgraziatamente, non si trattò di lasolitudinedeinumeriprimi.

Nella raccolta “Il muro” di Sartre c’è un racconto breve che mi piace da morire e si chiama “La camera”. Parla di una moglie che vede il marito impazzire, e continua comunque a volerlo accanto. La famiglia di lei fa di tutto perché lo lasci, il padre di scandalizza quando scopre che nonostante la condizione mentale di lui i due fanno ancora sesso.

E lei invece se lo tiene. Anzi, le sta sulle palle l’idea che tra loro la pazzia stia alzando un muro e fa di tutto per abbatterlo, arrivando a desiderare morbosamente di avere le sue stesse allucinazioni per rimanergli più vicina. Sono poche pagine straordinarie, che parlano di amore in un modo disperato e spiazzante. Dal concetto di questo tipo di amore sui generi è partita “La teoria del caos”.

Oh, non lo so, magari “Il muro” l’ha letto pure Paolo Giordano.

Dicembre 28th, 2011

Che ne pensate di quelle antipatiche situazioni in cui non puoi né mentire né dire la verità? Come vi regolate quando un amico vi presenta una fidanzata umanamente imbarazzante e vi chiede un parere? Ma soprattutto: esiste un modo per non cadere in queste trappole mortali, che non includa lo strapparsi le corde vocali affinché nessuno possa più chiedervi pareri su niente?

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Dicembre 26th, 2011

A Natale fare schifo ci riesce benissimo

Oggi era Natale (ps, auguri). Ho scelto di regredire facendomi portare al cinema dal mio fratello maggiore. La bellezza di avere un fratello maggiore sta nel fatto che quando vuoi puoi tornare ad avere cinque anni e lui ti crederà: siamo andati a vedere “Il gatto con gli stivali” allo spettacolo di metà pomeriggio.

Era pieno di famiglie con bambini. Mai pieno quanto il cinepanettone. Comunque, prima dell’inizio dei trailer e pubblicità da quaranta minuti (ogni volta mi scordo che questo è uno dei tre buoni motivi per cui non vado al cinema al di fuori dei festival), a me e a mio fratello è venuta sete.

“Vai a prendere due coche, dai. Le più piccole”.

Vado a prendere le due coche. Le più piccole. Mezzo litro a testa, spesa complessiva 7 euro e 20. Mezzo litro a testa di liquido caramellato, 50% acqua, 50% coca. Passo il beverone a mio fratello e ci mettiamo a ridere del fatto che piccolo = mezzo litro.

Poi ci guardiamo intorno.

La stragrande maggioranza delle famiglie felici intorno a noi ha comprato maxicoche (capienza di una nave cisterna) e maxipopcorn (più o meno un container). Ci sono addirittura bambini con cestelli pieni di m&ms. Ingollano i confetti al cioccolato manco fossero patatine.

Sopprimo un conato di vomito. Io e mio fratello, e immagino anche tutte le famigliole felici in sala, siamo appena usciti rotolando da un sovrabbondante pranzo di Natale. Nel caso della mia famiglia il menù del pranzo di Natale comprende: affettati e sottaceti misti, lasagne al forno, brodo di tacchino, cardi e stracciatella, cima con salsa verde, arrosto, insalata russa, pandolce, torrone, frutta secca. E’ tradizione italiana mangiare come porci, al pranzo di Natale, consumando pro capite una spesa equivalente al PIL di un paese africano. Ti senti un po’ uno schifo a fine pasto ma oh, si fa così. La sera digiuni e a santo Stefano spazzoli gli avanzi.

Di certo non ti viene in mente di fare merenda.

Non può venirti in mente.

E’ impossibile che tu abbia fame alle cinque del giorno di Natale. E’ impossibile anche che tu abbia voglia di uno sfizietto salato/dolce. E’ impossibile che tu non veda l’ora di divorare un barile di popcorn caldi, annaffiandoli con litri di roba zuccherosa, gelida e gassata.

Ora, devo dire che io sono abbastanza felice di vivere in quella minuscola porzione di mondo in cui non si muore di fame. Sono abbastanza felice delle lasagne, del brodo di tacchino, del torrone ecc. Ma se ti vedo mangiare popcorn al cinema dopo tutto questo, divento triste. Genitori che mettono all’ingrasso i figli manco dovessero mangiarseli, come fate a dire “sì” a un bambino che vi chiede mezzo chilo di m&ms dopo un pranzo di Natale? A cosa volete abituarlo, esattamente? A diventare obeso? A ingoiare tutto il possibile fino a vomitare? A sprecare? A sentirsi ricco e unto? A fare schifo?

Al di più, del di più, del di più, del di più, godendo sempre un po’ meno, liberàti da un infarto.

Tanti auguri, bambini.

 

Dicembre 14th, 2011

Maracaibo

  • Amico buono: Ciao! Accendi sul 5 e fai presto!
  • Io: Come se fosse facile. Non so come funziona adesso con il digitale.
  • Amico buono: Mi sembri una novantenne. Il digitale è fuori o dentro la tv?
  • Io: Fuori.
  • Amico buono: Dovrai accendere prima quello allora.
  • Io: Sì ma abbiamo una specie di centralina con mille lucine con scritto aux1, 2 eccetera, che controlla tutto. DVD, satellite eccetera. Non so cosa devo schiacciare.
  • Amico buono: Presto! Presto!
  • Io: Aspetta forse ce l'ho fatta.
  • Amico buono: Vedi?
  • Io: Ah. No. Un momento.
  • Amico buono: Sta finendo!
  • Io: Ok ci sono! Cinque? Oh... oh.
  • Amico buono: Fantastico vero?
  • Io: Ma ci sono dei vecchi vestiti di pailettes che ballano Maracaibo dalla De Filippi.
  • Amico buono: Non è la cosa più bella che tu abbia mai visto?
  • Io: Qualcuno telefoni a David Lynch.
Dicembre 6th, 2011

They know, they see

Rapporti difficili tra me e Apple, parte due. (Per la parte uno rimando qui).

Mio fratello mi telefona. Non sento la chiamata. Gli scrivo di richiamarmi e lui lo fa, pochi secondi dopo, mentre ho ancora l’iPhone in mano. L’iPhone inizia a vibrare a schermo spento. Non reagisce a qualsiasi mia iniziativa (ci sono ben poche iniziative che puoi prendere, con un iPhone a schermo spento: ha due pulsanti).

Proprio mentre sto pensando di riciclarlo vendendolo a un sexy shop, l’iPhone smette anche di vibrare.

Sbuffo, metto la scheda nel vecchio telefono e provo a collegare l’iPhone prima alla corrente, poi al pc, poi a Lourdes. Provo il reset premendo entrambi i pulsanti. L’iPhone persiste nella sua morte prematura.

Scoraggiata vado dove l’ho comprato e mi danno il numero di assistenza Apple. Chiamo e mi faccio assistere. Mi risponde un tipo dalla voce impostata e un simpaticissimo accento inglese, Alexander mi pare, che mi chiede il numero di serie scritto dietro la scatola e due secondi dopo sa tutto di me.

Alexander sa da dove chiamo e che numero di scarpe porto, tipo. Mi conosce meglio di mia madre. Se non fosse che non so nulla di lui, ci sarebbero le basi per una relazione. Parliamo un po’, gli racconto che è successo al mio iPhone, e mi suggerisce di fare il trucchetto dei due tasti insieme: “è un piccolo crash di sistema, è molto raro ma può succedere, ahah”. Gli spiego di averlo già fatto, e dopo qualche secondo, con una voce sicura che mi mette i brividi, mi chiede di riprovarci.

La melina bianca compare sullo schermo nero e l’iPhone si accende, funzionando perfettamente, anzi un po’ incazzato per non trovarsi la Sim dentro. Alexander il simpaticone ride all’altro capo del telefono come se fosse veramente felice e mi augura buona serata.

Spiego l’accaduto a mio fratello.

- Al centro assistenza telefonico Apple sono degli idoli. Ritiro tutto. Me lo hanno riesumato con un gioco di prestigio. E avevano un simpatico accento anglosassone. E sapevano da dove chiamavo. Steve ci guarda.

- Mentre ti rubavano l’identità!

- Era già in loro possesso.

- Mentre ti rubavano l’anima!

- L’ho barattata su iTunes per ninja fruit già da tempo, quella! Come minimo mi avranno acceso la telecamera frontale del telefono e adesso mi guardano, mentre ti scrivo.

- Con un simpatico accento anglosassone ti hanno detto di toglierti le dita dal naso, che hai un bel gatto e che hanno amato il tuo libro!

Yo.


 

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  • iphone sara boero apple