Nulla da dire.

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Cacciatori di parole a tempo perso

Sono a caccia di parole antiche: datemi una mano diffondendo questo post o il video. Spiego meglio cosa intendo nel video incorporato al post, ma in sintesi vorrei fare una “collezione” virtuale di parole “ataviche” che abbiano probabilmente una radice…

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Vorrei rendere questo gioco il più interattivo possibile: mi aiutate a trovare le parole di cui parlo nel video? Le parole “ataviche”, quelle che sono alla radice di qualsiasi lingua, e di cui magari conosciamo il significato anche se apparentemente ci sembrano sconosciute parole africane o vattelapesca. A voi è mai successo? Voglio fare una collezione di queste parole per vedere cosa hanno in comune, e magari scriverci un blog… datemi una mano!

(Fonte: youtube.com)

ITACA, auguri, e altre belle cose

Mi capita a volte di collaborare con dei musicisti che mi piacciono per scrivere testi musicali. Probabilmente vi ho già parlato di situazioni del genere. Sono molto orgogliosa di una canzone appena uscita perché è stata una sfida, e questa ve la…

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L’invasione degli altri corpiAcidi, protesi e botulini: per strada vedo sempre più ragazze che hanno fatto ricorso alla…View Post

L’invasione degli altri corpi

Acidi, protesi e botulini: per strada vedo sempre più ragazze che hanno fatto ricorso alla…

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Di musica, lettere e pistacchiI pistacchi non c’entrano nulla, ma altrimenti il titolo era troppo pretenzioso, capitemi. La prima…View Post

Di musica, lettere e pistacchi

I pistacchi non c’entrano nulla, ma altrimenti il titolo era troppo pretenzioso, capitemi. La prima…

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Estratto astratto a trattiUna pagina random di Tamarindo Sugarfree, il mio nuovo romanzo disponibile solo in ebook a questo…View Post

Estratto astratto a tratti

Una pagina random di Tamarindo Sugarfree, il mio nuovo romanzo disponibile solo in ebook a questo…

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Cose da fare a dicembreVa da se, la primissima cosa che dovrete fare a dicembre, sempre che non l’abbiate già fatta a…View Post

Cose da fare a dicembre

Va da se, la primissima cosa che dovrete fare a dicembre, sempre che non l’abbiate già fatta a…

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Ho un’idea tutta mia del concetto di autopromozione, ma i booktrailer che si prendono sul serio mi fanno venire voglia di rubare le caramelle ai bambini. 

Tamarindo Sugarfree doveva succedereTra il 2007 e il 2008 ho scritto due romanzi. Uno dei due sarebbe poi diventato La Teoria del Caos,…View Post

Tamarindo Sugarfree doveva succedere

Tra il 2007 e il 2008 ho scritto due romanzi. Uno dei due sarebbe poi diventato La Teoria del Caos,…

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Ex bambini

Mi sono resa conto solo dopo averlo inserito che il titolo di questo post si presta a fraintendimenti. Se speravate in una pruriginosa confessione-sfogo su qualche mio ex ragazzo infantile smettete pure di leggere. Niente posta del cuore oggi. Solo la…

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Trasloco!

Carissimiamiciditumblr, ho modificato il mio sito web in modo che sia molto più leggibilechiarointegrato ecc. Ho anche trasferito tutto l’archivio di Tumblr colà, e adesso il mio blog è leggibile nella homepage del sito, con solito calendario e motore di ricerca.

Non so se qui continuerò a postare qualche doppione ogni tanto o meno ma non ha senso, vorrei spostare tutto di là eccetera. Insomma non spaventatevi se non vedete più Nulla su Nulladadire.

CIAO! Il blog continua su www.saraboero.com

Parole e famiglie

Lui è indiano. Ha un bel lavoro a Dehli, come ingegnere specializzato in un’azienda di nanotecnologie. Lei è una studentessa universitaria francese. Si incontrano in vacanza e si innamorano, di botto. 
La famiglia di lei è particolarmente retrograda e razzista. Non accetta il fidanzato della ragazza. Si arriva a un conflitto acceso e la ragazza lascia la casa dei suoi. Vorrebbe seguire il fidanzato in India, e provano a sbrigare le faccende burocratiche: il visto turistico di una disoccupata in India dura pochi mesi.

I due fidanzati pensano allora di sposarsi per consentire a lei di vivere in India regolarmente, ma la legge indiana lo impedisce: per un atto tradizionale mai abrogato è vietato a un induista sposare ebrei, cattolici e musulmani. Per restare insieme i due tornano a vivere in Francia, nella città della ragazza, dove non hanno più famiglia, radici e lavoro.

La notizia fa il giro del web e l’opinione pubblica internazionale è scandalizzata contro l’ingiusta e insensata legge indiana.

Cioè, penso che andrebbe più o meno così, ma non è vero niente. Non c’è nessuna coppia franco-indiana. 

Però ce n’è una italo-americana che ha lo stesso identico problema. La famiglia americana li ha “ripudiati”, quella italiana li accoglierebbe a braccia aperte e in Italia uno dei due ha un lavoro. Ma il visto turistico dura solo pochi mesi e in Italia non possono sposarsi, neppure loro. Come è possibile? Sono due uomini. 

Perché c’è ancora chi non vede che è la stessa cosa? 

Ci si riempie la bocca di parole come famiglia e tradizione, ma le parole sono sempre ambivalenti. Provate a intervistare un soldato in una “missione di pace” e vi risponderà che è lì per difendere la libertà. Provate a intervistare un manifestante contro la guerra e dirà la stessa cosa.

La famiglia la vogliono difendere tutti. Un po’ come la libertà e tutti gli altri contenitori vuoti che sono le parole del dizionario. 

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Grazie, Oceano Atlantico

Non so voi ma il mio ricordo degli anni di università, anche se sono vicini, è molto confuso. Ricordo qualche faccia sparuta dei prof dei primi anni, più che altro i loro tic. Ricordo di essermi fatta dei nuovi amici, alcuni dei quali sono sopravvissuti, ma non ricordo come ci siamo conosciuti. In che circostanza. Che facevamo nelle pause, dove studiavamo, di cosa parlavamo al bar. Ricordo i panini.

La faccenda si fa ancora più inquietante se penso alle materie. So di avere qualche nozione sedimentata sul fondo del cervello, tipo deposito del rosso da osteria. Ogni tanto viene fuori, al momento opportuno, una pallida reminiscenza di diritto comunitario o di microeconomia. Ma è una specie di affioramento magico. Cadaverini che vengono a galla, dopo anni di sepoltura sul fondo del lago. È stato quasi tutto inutile.

Alla specialistica ho preso giornalismo con scazzo (scazzo essenziale al giornalismo, tra l’altro) ma alla triennale avevo scelto Scienze Internazionali Diplomatiche credendoci un sacco. Ero animata dallo sbrillo di cambiare il mondo, partendo dal difficilissimo concorso al Ministero degli Esteri. Concorso che poi non ho mai tentato: qualche mio compagno molto in gamba ci ha provato, venendo segato senza appello. La verità è che al concorso del Ministero l’università non ti prepara neppure lontanamente: devi studiare un altro anno privatamente, a Milano, e ancora non basta. Il lato positivo è che a me la sbrilla di cambiare il mondo è passata e sono finita a fare un tutt’altro che è difficilissimo spiegare a mia nonna ma che consiste in una serie di attività a partita IVA che non c’entrano nulla l’una con l’altra. Scrittura, editing, traduzioni, critica cinematografica, produzione di testi istituzionali, comunicazione, progetti educational, laboratori di scrittura creativa e incursioni nei testi musicali, in un pasticcio che quando ti chiedono che lavoro fai già cominci a sudare freddo.

Comunque, come dicevo, i primi anni ci credevo un sacchissimo, nel SID. Frequentavo tutte le lezioni e le attività collaterali, dai convegni di Storia dell’Africa alle simulazioni di una seduta dell’ONU (mi sa che ho fatto la Grecia una volta di troppo). E non ricordo con chiarezza nulla. Tranne quel giorno. Il giorno in cui venne a tenere una conferenza il Professor Wattela P.Esca, dagli Stati Uniti.

La guerra in Iraq era iniziata da un paio d’anni, all’epoca, e Bush era stato appena riconfermato al secondo mandato presidenziale: due pessime notizie. Questo professore stava tenendo un ciclo di conferenze proprio sulla guerra e sul secondo mandato Bush. Eravamo andati a sentirlo pensando che imbastisse un qualche discorso di politica internazionale, invece i capisaldi del suo intervento erano:

Bush is a man of Vision. With Capital V!

E:

You can’t master Iraq until you get Iran. You know what’s the difference between Iran and Iraq? A Q.

Era un fanatico. Completamente pazzo. E queste due sono le uniche frasi intere che mi ricordo di qualche evento universitario, perché mi hanno insegnato una cosa importantissima: ogni pessima idea ha almeno uno stronzo che ci crede ciecamente, e che è disposto ad attraversare l’oceano per spiegartela.

(Qui sotto, studentessa del secondo anno con taglio alla Caterina Caselli nel temutissimo giardino interno dell’Albergo dei Poveri).

Breve presentazione del mio nuovo libro, trovate più info qui:

http://www.saraboero.com/2013/04/cera-una-volta-de-andre/

La piaga sociale del fashion blog e prodotti caseari derivati

Ci sono due cose che negli ultimi cinque anni in Italia sono cresciute esponenzialmente, ma per quanto la soluzione sembri ovvia questo post non parlerà della crisi economica e del senso di vergogna nei confronti delle istituzioni.

Mi riferisco alle make up artist e alle fashion blogger. Uhm. Non fraintendetemi: ho il massimo rispetto per la prima professione (conosco truccatrici bravissime e ragazze che hanno studiato duramente per lavorare in quell’ambito) e per chi si occupa di moda. La moda blabla, arte blabla, il madeinItaly blabla. Ammetto anche che personalmente non me ne importa una beneamata. Al mattino mi vesto pescando a caso dalla Montagna Dell’Ovest dei maglioni e dalla Collina Dell’Est dei pantaloni, e se proprio devo truccarmi lo faccio stile bomba a mano. Il resto del tempo vivo in pigiama e due gocce di Chanel N.5 (trova l’intruso).

Fatto salvo il mio disinteresse, ho comunque un generico rispetto per i settori di cui sopra, come ho rispetto degli scienziati nucleari, dei piastrellisti e degli stuntman. E in questo caso non mi riferisco alle/ai professionisti, ma a tutte quelle giovanissime che sull’onda delle varie Cliomakeup e discendenti sono corse ad aprirsi canali di tutorial di trucco e blog di moda. Con risultati spesso grotteschi oltre il livello di guardia. Quel grottesco che ti fa scattare un campanello d’allarme sociale.

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Questi fenomeni di massa generano una mancanza di consapevolezza delle proprie capacità e dei propri limiti. Ho visto ragazzine di 13 anni credersi in grado di insegnare ad altre ragazzine come si sfumano gli ombretti e che fondotinta scegliere per il proprio tipo di pelle, ripetendo a pappagallo nozioni appena imparate, senza avere la minima idea di cosa stanno facendo. E senza avere coscienza del fatto che forse a 13 anni dovresti limitarti al lucidalabbra alla fragola. Ragazzine truccate da zoccole e zoccole truccate da ragazzine: una tradizione senza tempo. I loro principi azzurri però non sono più cavalieri e pirati, ma tronisti e vecchi signori impotenti.

Nella preadolescenza emulare è normale (emulare, e e-mulare anche. Oh oh. Un po’ di umorismo da vecchia). Una ragazzina vede su Youtube una ragazza più grande che si trucca bene e vuole imitarla. Niente di strano. Imitare l’atto di insegnare è uno step successivo. Vuol dire credersi in possesso di strumenti che non si hanno, sentirsi capaci, professioniste.

E così si generano anche i mostri delle fantomatiche fashion blogger. Ragazzine, ragazze e donne che si fanno fotografare dalla migliore amica connivente in squallidi parchetti di tutta Italia. Ricoperte da un’accozzaglia di orribili maglioncini H&M, plateau di Zara di una taglia più grande, fuseaux viola leopardati, ninnoli di plastica a forma di animaletto, orecchini giganti, spille, spillette, maxi bag porta-cadavere, sciarponi di lana della mamma, parigine fantasia e qualche sporadico accessorio tarocco di Gucci. Fomentate nella loro folle corsa verso l’Accostamento Ridicolo da stuoli di affiliate, che non guardano le foto e non leggono i post ma commentano comunque “tesoro ti sta da Dio questo outfit” sperando di ricevere a loro volta un like. Comunità intere di ragazze che si vestono come hippie trovatesi per caso in un romanzo di Philip Dick e costringono parenti e amici ad assisterle in perigliosi servizi fotografici urbani, sotto il monumento dei caduti dell’ennesima Piazza Italia.

Sento freddo.

Non conosco intimamente nessuna persona appartenente alle categorie di cui sopra, ma so per certo cosa risponderebbero alla domanda “qual è il tuo peggior difetto?”. Risponderebbero “la sincerità”. Lo so. Lo so è basta, perché è la combo domanda-risposta che mi fa più incazzare al mondo dopo “cosa preferisci fare/mangiare/vedere?” – “è lo stesso”. Direbbero proprio “la sincerità”, che da che mondo e mondo gli imbecilli sperano di passare per difetto – sottintendendo “non ho difetti ma sono così umile che non me ne rendo conto, al punto che considero certi miei pregi dei difetti. Ah, un altro difetto che ho è che sono umile”. Sì, e io sono un pinguino che sferruzza bavaglini all’uncinetto.

I difetti più comuni sono la cattiveria, l’egoismo, l’egocentrismo, la scarsa empatia, la stupidità, la bruttezza, l’alitosi e le Hogan. Beate loro che sicuramente sono solo sincere. Oh. Insomma. Mi preoccupano e basta. Forse sono un po’ traviata dal fatto che l’idea di passare due ore a scegliere cosa indossare e come truccarmi mi fa morire dentro come solo il pensiero di una cena musicale ad Arcore.